Mainagioia?

Tante volte mi sono detta di essere sfigata, tante volte mi sono detta mainagioia, tante volte ho pensato che i successi fossero solo degli altri, che in qualche modo non fossero destinati a me, che fosse destino essere così, sempre in bilico sul bordo del vorrei ma non posso.
C’è sempre stato il “tanto non ce la faccio, tanto non è per me”.
E questo valeva anche con il mondo, non parlo tanto non mi capiscono, non ci provo tanto non mi riesce, non amo tanto non sarò ricambiata, non mi impegno tanto non serve.
Poi succede che forse un po’ maturi, o invecchi e inizi a fare le cose con meno freno.
Ti capita che ti innamori del tuo lavoro e lo fai con dedizione e cura, non per soldi, non per avere qualche ritorno, ma solo perché ti piace davvero tanto, e dopo due anni raccogli dei frutti che ti fanno davvero felice.
Ti capita che inizi a camminare senza aspettarti niente e ti appassiona così tanto che ti cambia la vita in meglio, ti cambia il corpo, la testa e anche l’anima.
E smetti di pesare ogni parola bella che dici.
Che hai sempre avuto paura di sentirti rifiutata e te ne sei rimasta in silenzio per decenni e inizi a dire alle persone che le stimi, inizi ad abbracciare, a dire ti voglio bene, mi manchi, amore. Inizi a dirlo senza più contare quanto ci stai mettendo tu e senza valutare cosa ti tornerà indietro.
E la cosa più bella è che torna indietro una valanga di amore, di stima, di amicizia, di cose felici.
Tu metti una goccia e ti torna un oceano.
E ancora non ho capito bene tutto, ma credo che il punto sia fare il primo passo, spalancare le braccia, fare il salto nel vuoto, non è vero che non è per tutti, bisogna solo aprire uno spiraglio e lasciare che la vita ti sorprenda.

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Comfort zone

Quando ero ragazzina avrei voluto strapparmi l’anima dal corpo tanto lo sentivo poco mio, poco accettabile, tanto mi sentivo estranea a me stessa.
Ero bassa, grassa, le gambe storte, i piedi piatti, gli occhi all’ingiù, il nasone, i denti storti. Non mi salvavo niente, avrei voluto aprirmi e andarmene via.
Oggi, a 40 anni, mi guardo allo specchio e mi riconosco, non sono perfetta, ho tantissimi difetti, ma mi guardo con affetto, sono proprio io, in quegli occhi all’ingiù, e in quel sorriso storto, nella mia splendente imperfezione, che ho imparato ad accettare con tanta tanta tanta fatica.
E il miglior regalo che posso fare a me stessa, dopo essermi finalmente ritrovata è amarmi al punto da spingermi alla rivoluzione.
Uscire dagli schemi, forzare i limiti, smettere di dirmi “non so farlo, non posso farlo”, promettermi di imparare cose nuove, avere fiducia in me stessa, dirmi “prova, magari puoi”.
La rivoluzione inizia con un passo e cambia tutto il tuo mondo, interiore, ed esteriore.
Basta darsi fiducia, ascoltarsi, rimettersi in contatto con noi stessi.

Zavorre

Penso di aver iniziato a camminare perché ero pronta a liberarmi dalle zavorre, quelle fisiche, i chili, sono solo il sintomo di quelle che ci portiamo dietro.La mia più grande è la rabbia, da sempre, perché ho paura delle emozioni, dei sentimenti, di sentire troppo e lasciarmi travolgere.Avevo paura.La vita me la sono sempre affrontata di rabbia, con la rabbia mi sono costruita una bella corazza, ogni dolore, frustrazione, umiliazione, ogni amore malandato, ogni incomprensione, parola non detta, tutto è diventato una bella matassa di rabbia, un bozzolo in cui proteggermi e anestetizzarmi.Perché l’empatia e la sensibilità a volte possono essere un peso, possono travolgerti se non sei abbastanza stabile, devi tenere prima le redini e poi puoi aprire agli altri.
Ho iniziato a camminare quando sono stata capace di guardare alle mie emozioni per chiamarle col loro nome, quando mi sono concessa di piangere per dolore e non di arrotolarmi in silenzio dentro una matassa di rabbia solitaria. La rabbia ti tiene in piedi, ti fa reagire, ti sembra forza con cui riuscire a non sgretolarti, e intanto ti divora dentro, ti ingobbisce, ti incupisce.
Ho iniziato a camminare e a lasciar andare, i torti subiti, i rimpianti, le frustrazioni, accettandole, soffrendoci, e liberandomi, passo dopo passo, lasciar scivolare le zavorre e diventare finalmente pronti a sentire la vita addosso, ad accogliere il proprio sentire, a non avere più paura di essere travolti, accettare di perdersi in un abbraccio, navigare un’emozione, ascoltare un dolore altrui e sentirlo proprio senza temere di non ritrovare la strada.
Ho iniziato a camminare perché ero pronta ad essere autentica, ad essere il più possibile qui ed ora, consapevolmente presente a me stessa e agli altri, e quest’onda di dare e ricevere mi dimostra che è proprio così.

Vittorie

Ho sempre cercato di essere il più trasparente possibile, silenziosa, mimetica, invisibile.
Perché il senso di inadeguatezza è schiacciante a volte, ti misuri sempre sugli altri e trovi sempre buoni motivi per sentirti meno. Meno bella, meno magra, meno alta, meno intelligente, meno interessante, meno forte, meno alla moda, meno veloce.
E così pur avendo tante tantissime cose da dire me ne sono sempre rimasta zitta, pur desiderando fare tante cose, me ne sono sempre rimasta seduta.
Oggi mi vesto di fucsia e vado a camminare sotto la pioggia e dico cose, e scrivo cose, e non ci penso più se sono sensate oppure no. Per qualcuno lo saranno e per qualcuno sicuramente no. Lo sono per me, e questo è il parametro che conta.
Io sono migliore della me di ieri, e domani spero di esserlo più di oggi, io ho fatto 10 passi più della me di ieri, domani ne farò 10 più di oggi.
Io non voglio più avere paura del mio giudizio su me stessa, non voglio più essere intransigente al punto da rimanere bloccata, voglio essere come un buon maestro, spronarmi a crescere ma imparare ad essere indulgente verso i miei errori e le mie debolezze.
Voglio imparare a tutelare le mie fragilità come farei con quelle di un bambino, perché è con le carezze che si migliora, perché è un passo alla volta che si crede in sè stessi, valorizzando ogni cambiamento, guardando quello che facciamo in più e non quello che manca.
La sfida è essere ogni giorno la migliore versione possibile di me stessa.
Ma con amore, non con rabbia.

Semina

Ci pensavo oggi mentre camminavo, a voi, a questa pagina, al senso del creare una comunità su una cosa così tanto personale come camminare.
Ho avuto la fortuna di incappare in uno “spunto” nel momento giusto, in una frase che ha cambiato la mia visione delle cose, ci sono inciampata in un momento in cui ero pronta a coglierla, e mi sono detta che per qualcuno potrei essere quello spunto anche io.
Ma c’è un altro motivo.
Iniziare è importante, è fondamentale, ma poi per non mollare serve una rete, serve sostegno, incoraggiamento.
Serve un coach che ti dica che sei brava, che veda i tuoi limiti e ti spinga a superarli, che creda in te un pizzico più di quanto ci creda tu stesso, che ti porti dove non pensavi saresti arrivato.
E se non hai un coach serve un amico pazzo che cammini più di te, che ti aiuti, ti sostenga, con cui confrontarti, un’amica che corre e vuole scendere con i tempi che non ti prende per pazza se le mandi gli screenshot dei tuoi allenamenti.
E ancora meglio avere 10 amici, o 20, o 100 che camminino con te, che si esaltino per i tuoi risultati, che ti spingano ad uscire quando non hai voglia, che ti incoraggino quando ti senti una pippa perché magari hai incontrato qualcuno che ti ha sminuito.
Oggi mentre camminavo mi dicevo che alla fine è così facile tornare alle vecchie abitudini, sedersi di nuovo sul divano, mangiare patatine fritte e lasciarsi andare, è così facile resistere al proprio cambiamento, e io voglio aggrapparmi al mio nuovo stile di vita con tutte le mie forze, voglio essere sicura di non mollare, è difficile trovare lo spazio, il tempo, è faticoso incastrare gli allenamenti, il lavoro, i figli, gli impegni, mettere un passo davanti all’altro, ma lo desidero con ogni cellula che ho, ci credo.
Ogni vostra storia mi tiene incollata al cambiamento, ogni racconto, ogni difficoltà, ogni vostro tentativo mi permette di ritrovare ogni giorno lo spunto per mettere un passo davanti all’altro.
Io metto un piccolo seme e mi ritrovo un intero bosco, grazie.

Gentilezza

Non serve la forza per uscire a camminare, serve gentilezza, verso se stessi, serve ascolto, dei propri bisogni, serve volersi un po’ bene, dedicarsi quel piccolo tempo così intenso e denso.
Perché i passi, uno dietro l’altro, ci insegnano un sacco di cose, i pensieri si sciolgono, i desideri volano, e alla fine si torna soddisfatti, felici. Camminare è una carezza che concediamo a noi stessi.

Mi dicono che sono forte, che sono caparbia, che non ho paura.
E invece sono fragile, insicura e piena di paure, ma scelgo ogni giorno di affrontare me stessa, e di guidarla io st’esistenza, almeno per quel poco che mi è concesso, e le paure e il dolore e le fragilità le guardo negli occhi, respiro e mi dico “un passo alla volta, ora ne fai uno, e poi farai l’altro” e diventa semplice anche quello che sembra non esserlo, e le fragilità vengono accolte e trasformate in punti di forza per un altro passo, ancora. A testa alta, sguardo dritto, spalle aperte, decisi, anche se col cuore in gola, c’è un modo più bello per affrontare se stessi e la vita?

Autostima

Sono cresciuta goffa e maldestra,ero quella che si faceva male da ferma, che le distorsioni alle caviglie alle feste di compleanno da bambina erano la normalità, che “sei papera, non sei capace” era all’ordine del giorno.
E anche pigra e incostante, totalmente incapace di mantenere un impegno, fissare un obiettivo e portarlo avanti.
E alla fine se lo sei un po’, lo diventi sempre di più, e ti convinci che è proprio così, non sei abile, non sei agile, hai altre doti, e fattene una ragione.

È una riflessione fatta durante lo scorso weekend, tornando da un’arrampicata, io.
Io che ho paura del vuoto e dell’altezza, io che non sono capace di fare nulla.
E invece mi sono arrampicata e ci sono riuscita, ed è stata un’esperienza fantastica, che mi ha riempito di gioia e di positività.
Ma ci sono arrivata perché ho iniziato a camminare.
E ho iniziato a camminare perché era una
cosa che potevo fare, è difficile farsi male dai, che ci vuole.
Ho iniziato sovrappeso, senza crederci, ho iniziato così, mettendo le scarpe e andando. Ho iniziato senza sapere neanche bene perché, non certo credendo che mi avrebbe portato chissà che cambiamento miracoloso.

E la differenza l’ha fatta essere incoraggiata. Sembra una banalità, ma per me la differenza è stata avere accanto una persona che mi ha detto “ehi sei brava”. E questo mi ha spinto a credere quel pizzico in me, quel pizzico che non c’era mai stato, che mi è stato sufficiente per allacciare di nuovo le scarpe e farlo ancora, e poi di nuovo, e ancora, ogni giorno.
E poi hanno cominciato a cambiare le gambe, a scendere la pancia, a salire il culone, ho iniziato a poter fare le scale senza fiatone, e a dover mettere pantaloni più stretti.
E poi ho iniziato a sentire che non sono affatto pigra e incostante, che se inizio a fare qualcosa mi ci dedico, che sono capace di organizzarmi in una vita totalmente incasinata e piena di cose da incastrare, ci incastro anche un’ora per me, per camminare, liberare il cuore, la mente, le gambe.

E il circolo virtuoso è stato così potente e positivo da accettare di arrampicarmi su una montagna contando sulle mie gambe e sulla mia testa, e su quel “sei brava, puoi farcela, credo in te”.

Ognuno di noi ne ha bisogno, tutti possiamo fare grandi cose, basta una piccola scintilla d’amore, che poi diventa amor proprio.
Perché come dicono in molti la forza di volontà non basta, serve essere motivati, c’è un motivo più importante del sentirsi bene nel proprio corpo e cominciare a volersi bene?

Il mio primo articolo del blog

L’inizio

Il 4 agosto di quest’anno ho allacciato le scarpe da ginnastica e sono uscita a camminare. Da quel giorno ho fatto la stessa cosa ogni volta che ho potuto, quasi ogni giorno, allungando le distanze lentamente ed anche i chilometri.
Ho perso 10 kg in questi mesi, e ho iniziato a mangiare meglio, perché di colpo inizi a volerti più bene, e a tenere a te, perché sai quanto ci metti a consumare quello che mandi giù.
E ho iniziato a fare le scale invece di prendere l’ascensore, a sentirmi bene nel mio corpo, sentirlo reattivo e non più un peso morto da trascinare.
Ho scoperto il piacere di stare all’aria aperta dopo una giornata di lavoro, di respirare a pieni polmoni, sentire il respiro e il battito con consapevolezza.
Ho imparato che quando cammini le zavorre della giornata scivolano via e rimangono solo i pensieri felici, pensi ai baci dati, o quelli da dare, pensi alle risate dei tuoi figli, e agli abbracci del mattino, e a volte sorridi, e ti viene voglia di ballare, soprattutto se hai i Queen nelle orecchie, o di cantare, o di pogare.
So che chiunque può insegnarti qualcosa se rimani con cuore e testa aperti e disposti a mettersi in discussione.
Camminare è cercare ogni giorno di essere la versione migliore di se stessi, e questo è il senso di tutto, vivere con la consapevolezza di essere qui e con il desiderio forte di essere sempre un po’ di più oggi rispetto a ieri.
È come la vita, si può fare senza pensarci, oppure essendo presente con ogni cellula, con la testa alta, lo sguardo lontano, ma anche ai propri passi, con tenacia, forza e gioia.

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