Autoconoscimento

Accendere la luce della consapevolezza è difficile e faticoso, essere onesti con se stessi, diventare autentici, essere il più possibile veri, con gli altri, ma soprattutto con noi stessi è un lavoro davvero impegnativo.
È facile indossare una maschera, tenersi nascosti dietro alle mancanze degli altri, aggrapparci ai nostri traumi infantili, alle nostre mancanze, al dolore che abbiamo provato.
Sappiamo raccontarci storie di ogni genere per giustificare i nostri comportamenti, sappiamo ristagnare per anni nel dolore piuttosto che provare ad uscirne, sappiamo scaricare sul mondo la responsabilità delle nostre frustrazioni, uomini cattivi, genitori manchevoli, la vita è una merda.
La realtà è che tutto dipende da noi, e so che è la solita frase fatta, ma è così.
Noi scegliamo, di rimanere ancorati a storie che non funzionano, di continuare ad aspettare l’approvazione, l’amore, la stima dei nostri genitori, noi decidiamo dove disperdere la nostra energia.
Oppure possiamo decidere di guardarci dentro, fin nel profondo, scavare nella nostra melma più buia, affrontare i nostri mostri, i nostri dolori, la paure, quante, quante paure, e smettere di essere quello che siamo stati, essere qualcosa di diverso.
Come dice sempre il mio amico Pietro “se vuoi qualcosa di diverso, fai qualcosa di diverso”. Anche se fa paura, anche se pensi che non sia per te, anche se credi che non ce la farai.
E soprattutto ascoltati.
Io ci provo ogni giorno, quando mi trovo davanti ai muri che io stessa ho costruito per proteggermi e che a volte mi sembrano insormontabili, opprimenti, ma che fatico così tanto a scavalcare, perché non so cosa c’è dall’altra parte, so solo che mi fa paura.
E non mi piace avere paura.
Ci metto giorni, a volte mesi, persino anni, ma poi alla fine cambio, solo perché vorrei essere il più autentica possibile, vera.
Vorrei essere non le mie storie lontane, ma la mia essenza.
Non la bambina triste, o la ragazza tradita, ma la donna che è oggi qui, che smette di essere vittima di qualcuno, che accetta tutte le sue ferite, ma va oltre.
Magari ne arriveranno altre, rimanere dietro al muro non lo impedirà.

Allacciarmi le scarpe ed uscire è un modo per scendere nei miei pensieri, confrontarmi con me stessa e ritrovarmi, centrarmi.
Non è solo una sfida, una gara, un tempo da rincorrere, è il mio respiro e il mio battito e il mio passo che mi permettono di incontrarmi e mettermi in ascolto di me stessa.

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Fallimenti?

Quando è finito il mio matrimonio mi sono sentita una fallita, avevo un progetto in testa, delle aspettative, un’idea di come sarei stata madre, moglie, di come sarei invecchiata e invece niente. Tutto sbagliato.
Fallita, brutta, incapace, mi sono massacrata, sputata nello specchio, umiliata.

E poi quante volte mi è capitato di iscrivermi in palestra, abbonamento annuale, aspettative altissime, vado, dimagrisco, tonifico, conosco gente.
Poi andavo tre volte, faticavo, mi vergognavo, basta, fine, a casa, divano.
Con il senso di colpa che bussava alla porta “ehi cicciona, culona, hai buttato 5 piotte e stai ancora col culo inchiodato”.

E di nuovo a massacrami, odiarmi, disprezzarmi.

E poi la volta che ho provato con i pesi a casa, con body Revolution, la volta che sono andata a correre una settimana e sono stata ferma 4 mesi con una tendinite da non riuscire manco a stare in piedi, la volta che mi sono segnata in piscina, che ho fatto l’open alla Virgin, che ho pagato per purghe miracolose, che ho mangiato pane e acqua per 4 mesi, che ho perso 10 kg con le barrette prodigiose e ripresi 15 il mese dopo.

E ogni volta più sconfitta, più fallita, più brutta, più grassa, più culona. Ogni volta più arrabbiata con me stessa, più convinta che niente, non fa per me, è destino, sono così, la vita è una merda, ho le ossa grosse, è costituzione, la mia infanzia difficile, non mi ama nessuno, sono sola…e ogni altra cosa venga in mente anche a voi.

Ma ora ho capito che si fallisce per imparare, si cade per scoprire che ci si può rialzare, e se possibile ogni volta cercare di essere compassionevoli con se stessi, empatici, di sentirsi, di infilare la testa nel buco nero dell’anima e prendersi cura della proprie ferite.
Infilare la testa nel buco nero delle nostre infinite mancanze e liberarsi, dei giudizi, delle zavorre, delle aspettative, dei preconcetti.
Liberarsi.

E a quel punto non si fanno più le cose per avere un risultato, si fanno perché ci fa piacere farle in quel momento, in quell’attimo, con quello che abbiamo.

Sono uscita a camminare per la prima volta una domenica di agosto perché avevo tempo.
Punto.
Non mi aspettavo che sarei dimagrita, che la mia vita sarebbe cambiata, che avrei migliorato il mio umore.
Sono uscita per dedicare un’ora a me, respirare, prendere il sole, ascoltare la musica.

Ed è stato bellissimo.

Come quando conosci una persona, ci esci una sera, e non sai chi è, se avrai qualcosa da dirti, se ti divertirai, lo fai perché ti va in quel momento, per passare qualche ora piacevole.

E quando inizi un’attività nuova per te, per il tuo benessere, la costruisci ogni giorno, ogni giorno hai un obiettivo nuovo, un tassello nuovo, scopri un beneficio sempre diverso, qualcosa che ti piace e alla fine ti innamori e diventa necessario, quell’attività è parte di te, non puoi più farne a meno.

E i fallimenti, sono tentativi, e i tentativi insegnano.
Nessuno fallisce finché non smette di tentare.

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6 mesi

Oggi sono 6 mesi che ho iniziato a camminare, sono davvero pochi, pochissimi, ma abbastanza per dire che sto cambiando modo di vivere.

Ho iniziato con una vecchia tuta da danza, scarpe da running con una decina d’anni di scarpiera, e grandi occhiali per nascondermi.
Ho iniziato con una taglia 48 e tanta vergogna, con 6 km in un’ora, con le braccia penzoloni.

Ho avuto la fortuna di avere accanto una persona che mi ha insegnato a camminare, nonostante la mia assoluta resistenza alla cosa.

Ho la fortuna di essere una persona tenace e testarda, e il difetto di buttarmi nelle cose di testa, pancia, cuore, gambe, e di non essere una grande patita delle mezze misure.

In questo mezzo anno ho migliorato i miei tempi, adesso in un’ora riesco a fare quasi 8 km.

In questi 6 mesi ho perso 2 taglie, 10 kg, comprato 3 paia di scarpe da camminata sportiva, almeno tre paia di pantaloni nuovi da running, e innumerevoli magliette.
In questi 6 mesi ho conosciuto Andrea e gli incalliti, è nata culonachallenge, ho incontrato le culone del mio cuore, ritrovato un amico di migliaia di anni fa con cui camminare facendo chiacchierare il cuore.

Ho trovato la gioia nel mio cuore e non ne ho più paura, la voglia di condividere, ho scoperto di non temere più l’ansia da prestazione.
Ho imparato che posso avere cose da dire, che posso essere un esempio di positività, io che ero quella del bicchiere mezzo vuoto (e per molti versi lo sono ancora).

Ho fatto due gare e ne ho programmate altrettante, ho fatto la runcard per fare la Roma-Ostia, tanto che avevo detto “niente gare”.

In questi 6 mesi mi sono innamorata, anche di me.

Questi 6 mesi sono solo un inizio, i primi passi verso una Giulia nuova, sono il frutto di tanto tanto lavoro su me stessa, che si è concretizzato nei chilometri e nel sudore.

Mi auguro tanti altri passi, ma tanti.

#culonachallenge

La base della piramide

Quando ero bambina nuotavo, mia madre mi portava a forza, avevo provato a fare anche altre cose ma ero davvero davvero scarsa.
Quello che facevano le mie amiche, la ruote, le verticali, le spaccate, io non sapevo proprio cosa fossero.
Poi nell’adolescenza ho provato il tennis con terribili risultati, e ho continuato a nuotare e nuotare e nuotare, ho fatto un po’ di pallanuoto, finché alla veneranda età di 30 anni ho deciso di fare un corso di fitboxe.
Mi piaceva tantissimo, sudavo, saltavo e mi liberavo di tutta la mia aggressività, finché una sera in cui ero particolarmente aggressiva e arrabbiata, mi sono rotta tibia e perone e ho strappato i legamenti della caviglia.
Ho fatto un casino.
Sono stata 4 mesi immobile e ci ho messo quasi un anno per tornare a camminare normalmente.
E niente più sport.
Vietato correre, vietato saltare.
“Puoi camminare o nuotare, o andare in bicicletta.”
Ecchepalle.
Il risultato è stato che mi sono fermata completamente, per 10 anni.
Ho provato ad andare a camminare ogni tanto, ma alla fine mi sembrava un vorrei correre ma non posso.
Non conoscevo l’esistenza della camminata sportiva, e quindi ho passato 10 lunghi anni sul divano.
Ho buttato ogni tanto dei soldi in palestra, ho provato a fare qualcosa a casa da sola con i pesetti. Zero risultati, e tornavo seduta, sempre più convinta che così doveva andare.
Sempre più demoralizzata, avvilita, grassoccia.

Cosa mi ha staccato dal divano?
Scoprire che esiste la camminata sportiva, che si potevano fare grandi distanze, che c’era uno stile, che non era un vorrei ma non posso.
Scoprire che potevo tornare da una camminata stanca e sudata come quando facevo un’ora a colpire il sacco, come quando mi allenavo per la pallanuoto.
Scoprire che dipende solo da quello che vuoi metterci tu, ma che volendo puoi dare tutto.

Questo mi ha scollato dal divano, e poi si sono aperte mille altre porte, ma dopo.
Il cammino è qualcosa che possono fare tutti, la cosa più naturale e vicina all’essere umano, ma poi quello che ci metti dentro i passi, nei battiti del cuore, nel respiro, quello dipende da ognuno di noi.
E quando incontri altre persone che come te trovano un altro senso al sudore, al passo, al respiro, diventa una specie di magia.

Ogni volta che guardo indietro a questi mesi rimango stupefatta da quanto mi abbia insegnato e quanto mi abbia fatto crescere allacciare le scarpe e andare.
Un viaggio che inizia con un passo e ti porta a millemila chilometri da te, e altrettanti dentro di te.

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La realtà è una merda

Come dice Brunori, la realtà è una merda.
Concordo eh.

Ma si può scegliere come la vogliamo guardare.
Io di solito la guardo incazzata, a sfida, tu sei una merda, beh io deppiù. Ma poi alla fine essere peggio della merda ecco insomma, non è il massimo.
Eppure ci ho messo così tanto tempo a capirlo.
Io con la mia introspezione, la mia profondità, quel modo un po’ snob di sentire la vita, quel “tanto nessuno mi capisce” dietro cui barricarsi e dare quattro cinque mandate, che non si sa mai, qualcuno poi riesca ad entrare e tirarti fuori dal tuo fortino di rabbia e disprezzo.

Credo che forse devo aver lasciato la finestra socchiusa perché qualcuno è riuscito ad entrare, e persino a tirarmi fuori dal fortino.
La realtà resta una merda la maggior parte delle volte, ma ho scoperto la leggerezza.
Che come dice qualche dotta citazione non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto senza avere macigni nel cuore.

Ma io ne avevo, ne ho, piena di zavorre, come si fa?
Si abbandonano. Perché irrisolvibili, inutili, si osservano bene prima, si capiscono, si accettano e poi si abbandonano.
E la magia è che non si smette di essere profondi, no, di sentire la vita addosso, la magia è che si riesce a ridere di gusto, a condividere, ad amare, a lasciarsi amare.
Finalmente.

La magia è che non si ha più paura di essere frivoli, leggeri, felici. Non perdo la mia intelligenza, la mia sensibilità, non smetto di essere responsabile ed affidabile.

E come dice Brunori, non sarò mai tanto stupida da credere che il mondo possa crescere se non parto da me.

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Chi cambia per primo?

Quando mi dicevano che dovevo volermi più bene, io annuivo, ma non avevo proprio idea di cosa volesse dire nella pratica.
Alla fine uno si vuole bene, cavolo, ci vivi con te stesso.
Ma ora, ora che davvero me ne voglio, ho capito che non è per niente così scontato.
Puoi stare con te stesso e disprezzarti, portarti dietro sensi di colpa per scelte sbagliate, trattarti con la massima durezza, essere incapace di perdonarti traumi lontanissimi, e la conseguenza è che non ti vuoi bene per niente, che non sorridi, stai sempre incazzato, una piccola bomba sempre pronta ad esplodere e a fare qualche cavolata autodistruttiva.
Puoi ingozzarti di cibo, abusare di alcool, o di shopping, collezionare relazioni disastrose che continuano a dimostrare che non meriti niente.
Razionalmente sai di valere, pensi di essere una persona intelligente, simpatica, ma dentro di te pensi che nessuno ti amerà mai.
Te ne stai chiusa nel tuo bozzolo perché tanto nessuno ti vorrà mai bene abbastanza, e niente cambierà mai, e nessuno ti vedrà mai per quello che sei ecc ecc.
Ed è vero eh, perché sei nel bozzolo.
Bisogna avere il coraggio di aprire una piccola crepa, di smettere di ipercriticarsi, smettere di aspettare dagli altri, invertire la rotta, iniziare a fare, a dare, ad amare.
Alla fine nel primo passo di allacciare le scarpe ed uscire, c’è una piccola apertura.
Io sono una solitaria, che non ama conoscere persone nuove, che si “vergogna”, che fatica a farsi notare, penso che ormai dovrei parlare al passato.
La prima volta che ho allacciato le scarpe e sono uscita odiavo l’idea che al parco vedessero una culona che camminava, mi sono mimetizzata il più possibile.
Dopo 5 mesi mi alleno prevalentemente in gruppo, conosco persone nuove quasi ogni volta, mi vesto di tutti i colori possibili, faccio video in diretta, cerco di mettere il più possibile a disposizione la mia esperienza, e quello che è iniziato con un piccolo passo di apertura ha portato indietro una marea di bene.
Ho imparato a tenere presenti le cose positive che so fare, a dirmi brava, pur pretendendo da me stessa sempre il meglio, la critica fine a se stessa non me la faccio più, posso dirmi che ho dei margini di miglioramento e lavorarci.
Ho smesso di aver paura degli altri, o quasi, ho smesso di pensare che quello che ho da dire non interessi a nessuno, ho smesso di pensare di non valere nulla.
Il primo passo ti toglie dal divano, poi ti cambia dentro, e poi fuori. E ad un certo punto sei uscito dal bozzolo e non sai neanche bene come sia successo.
E fuori c’è un mondo fantastico.

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Splendi!

Non ho iniziato a camminare per dimagrire, sono dimagrita perché ho iniziato a camminare.
Sembra la stessa cosa, ma non lo è.
Camminare alleggerisce la testa, lascia scivolare i pensieri, dona intuizioni brillanti, accende desideri.
Cammini e lasci le tue zavorre, ti vuoi un po’ più bene, ad ogni passo, ti accogli e quando torni a casa non hai bisogno di altre gratificazioni, non fuggi a rifugiarti nel frigorifero, non cerchi conforto nel cibo peggiore.
Ho sofferto per molti anni di disturbi alimentari, di bulimia e binge, il cibo rimane il mio rifugio e il mio punto debole. Non riesco a viverlo con serenità, ed è la prima cosa a cui mi aggrappo quando le cose vanno male. Posso riconoscere nella taglia dei miei vestiti i momenti più difficili e quelli più felici della mia vita.
Non ho risolto, il problema è sempre lì, il cioccolato è sempre il mio abbraccio dopo giornate dure, ma ho imparato che posso abbracciarmi in un altro modo.
Posso uscire e camminare. Liberare i pensieri, sciogliere il buio che mi si ferma dentro, lasciar uscire la mia luce, che a volte fa quasi più paura del buio.
E quando torno a casa mi preparo una cosa gustosa e sana perché smetto di autodistruggermi.
E quando torno a casa sono felice di vedere i miei figli, perché ho ritagliato un piccolo spazio per me e questo mi rende una madre più felice e sana, anche se il senso di colpa è sempre lì che bussa.
Sono dimagrita perché ho lasciato le mie zavorre lungo la strada e ho accettato il mio buio, e ancora di più la mia luce, e ho smesso di aver paura della mia paura, la affronto un passo alla volta, un battito alla volta, un respiro per volta.
Non ho più voglia di temere l’amore, la gentilezza, la commozione, non sono più una superdonna tutta di un pezzo, sono fragile, tenera, provata, ho paura, e sono stanca, e insicura. Ma questo non mi farà smettere di splendere.

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Niente gare

La corsa di Miguel 2020

Avevo detto “niente gare”.
Nel mio passato da nuotatrice bambina ho sofferto tantissimo l’ansia da pre-gara.
Ma poi thecoach me ne ha regalata una, la deejay ten, senza farmici pensare troppo, il venerdì sera per la domenica.
Tanto avremmo fatto comunque 10 km di allenamento.
L’ha fatta con me, mi ha portato a farla nel tempo che desideravo e che mai avrei creduto possibile, ed è stata una cosa fantastica.
Quindi mi sono iscritta alla Miguel.
La prima gara che ho scelto di fare.
Sempre 10 km, il mio allenamento standard, niente di impegnativo.
Ma la cosa più bella è stata che in questo entusiasmo da competizione (sempre verso se stessi), anche le culone si sono sentite coinvolte e hanno deciso di partecipare, spontaneamente, senza coercizione, al massimo una spintarella.
E così c’eravamo tutti, c’era thecoach, le culone del mio cuore, Andrea l’incallito.
Ognuno ha fatto la sua gara, stavolta thecoach ha pistato come un matto insieme ad Andrea, che è sempre matto, anche da fermo.
Io volevo farla con la Franz, ma mi ha seminato in mezzo chilometro e me la sono fatta da sola. Un’esperienza che mi mancava. Durante pensi a come cavolo ti è venuto in mente di cedere a sta cosa delle gare, pensi che quei 10 km sono interminabili, e come ti è venuto in mente di pensare di fare la mezza maratona o addirittura la maratona, ma scherziamo???
Poi arrivi. Hai fatto un tempo abbastanza decente anche se poteva andare meglio, può sempre andare meglio, i tuoi amici ti aspettano, ti abbracciano, è tutta una festa meravigliosa, e passa, e vorresti già ricominciare.
Il giorno dopo ti svegli un po’ più dolorante del solito, un po’ più assonnata, ma felice.
Il giorno dopo pensi già a qualcos’altro da condividere, e nonostante tu sia un orso solitario ti sorprendi ad apprezzare il piacere di quegli abbracci condivisi, del sudore scambiato dentro a un “bravissima” o ad un “sono fiera di te”.
Il giorno dopo rifletti su cosa potevi fare meglio, ti congratuli con te stessa per quello che hai fatto bene, trovi il punto in cui hai dato quello che non pensavi di avere, e quello in cui hai perso la concentrazione e hai fatto una cavolata.
Il giorno dopo senti che sei cresciuta un pezzetto, non come camminatrice, non solo, ma come essere umano, più capace di stare in se stesso, e più capace di stare con gli altri, e di darsi, a se stesso e agli altri.

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Germogli

Non ho iniziato a camminare per dimagrire.
Anzi, non ci pensavo proprio a dimagrire, perché quando per tanti anni oscilli tra normopeso e obesità alla fine un po’ ti rassegni e pensi che essere in sovrappeso in fondo non è così male.
Lavoro sulle mie fragilità e i miei limiti da molti anni, ho imparato a conoscermi e ad aggirare me stessa, le mie piccole ossessioni e le mie debolezze.
Mi sono separata 4 anni fa, quando i miei bambini erano davvero tanto piccoli, il secondo era appena nato e da allora ho iniziato a seminare dentro me prima per sopravvivere, poi per rinascere, quello che Paolo chiama il seme della rivoluzione, che io non sapevo di aver piantato, ma in realtà era lì pronto a germogliare.
Ho iniziato a camminare perché ho conosciuto lui, che ha il fantastico dono di essere iperattivo e calmo insieme. Non so come faccia.
Io sono sempre agitata ma spesso non faccio proprio un bel niente.
Almeno quando ho incrociato la sua strada era così, ero tanta energia ferma sul divano.
Lui mi ha fatto venire la voglia di allacciarmi le scarpe ed uscire per la prima volta, con la sua semplicità disarmante del “perché non ora”.
Perché aspettare lunedì, o settembre, o che passi l’inverno, o che arrivi la primavera, o di essere a dieta, o di avere le scarpe, perché non ora?
Una logica schiacciante a cui non potevo non cedere.
Quindi una caldissima domenica di agosto l’ho fatto, da sola, con quello che avevo.
E non sapevo che sarebbe stato solo l’inizio di un nuovo germoglio.
Non sapevo che avrei conosciuto persone fantastiche, vere, belle, pulite, in cammino, come me, in rinascita, con la stessa rivoluzione nel cuore.
Da bambina nuotavo, e lo adoravo, dovevo camminare con l’accappatoio fino alla corsia, poi velocemente sfilarlo e buttarmi in acqua, nuotare in silenzio e ritornare nell’accappatoio. Uno sport solitario e silenzioso, in cui poter continuare a non esistere.
I primi tempi della camminata sono stati così, cuffie con musica altissima, occhiali da sole giganti, tuta larga nera. Neanche i miei figli mi riconoscevano. Nuotavo dentro i miei passi, bellissimo.
Ma poi ho scoperto il camminare insieme, prima con Paolo, poi con Andrea e gli incalliti, poi con le culone. E ho smesso di sentirmi sempre un’isola sperduta. Posso fare parte almeno di un arcipelago di isole meravigliose.
Amo ancora camminare da sola, dentro i miei pensieri e respiri, srotolando le mie emozioni, facendo ordine nel mio eterno caos, ma sentirsi parte di un gruppo, avere una spalla, una lepre, un sostegno, beh non si batte.
Io ero un seme piantato, ho trovato qualcuno che ha saputo annaffiarmi, con la giusta premura e cura, sostenendomi e incoraggiandomi. La mia rivoluzione è germogliata e voglio che continui a farlo a lungo.
E magari faccia germogliare un intero giardino.

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Riflessioni della domenica

Riflessioni della domenica.

Ho avuto paura delle mie emozioni per moltissimo tempo, ancora oggi è spesso così, mi sembra che mi sfuggano di mano, vivano di vita propria, mi sovrastino.
Mi sono sempre e solo concessa un’unica emozione, la rabbia.
La rabbia è grandiosa, energica, è vitale, non ti permette di fermarti, ti tiene in piedi anche quando saresti ko, stai su di rabbia, sempre, senza concessioni.
La rabbia è anestetizzante, niente dolore, solo fiamma.
Il problema è che arrivi a un punto in cui non senti più nulla, che tutto finisce lì, nel buco nero dell’ira. Anche il bello finisce lì. Non ti concedi più nessuno spazio, niente di niente.
E a quel punto sei solo una palla di fuoco, schermata, evitante, sola.
Finché non ti fermi e ti imponi di entrare nell’incendio a trovare la fonte delle fiamme.
Nel mio caso era dolore che non volevo affrontare, mai.
Perché odio stare male, è da deboli.
Odio piangere, è da deboli.
Odio aver bisogno, è da deboli.
Ma il giorno che sono entrata nel mio incendio ho capito che lo sono, debole.
E che finché avessi continuato a negarlo non avrei mai smesso di esserlo.
Ho preso la mia palla di dolore e l’ho affrontata, per quanto possibile, e ci ho trovato anche tante altre cose, tenerezza, malinconia e persino amore.
So stare male, so piangere, so essere debole, non chiedo aiuto, ma magari prima o poi accadrà.
Sto imparando, a parlare senza rabbia, ad essere autentica, con me stessa e con gli altri, questo è il mio modo di vivere a pieno,
respirare e sentire, prima di esplodere, riconoscermi.
Senza zavorre i passi volano, ed anche il cuore.

culonachallenge #changeyourlife #changeyourmind

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