Mi ricordo che alle elementari facevo ginnastica ritmica, ed era un’angoscia ogni volta perché non riuscivo a fare niente.
Alle medie mi imboscavo alla lezione di educazione fisica perché ci facevano correre ed io lo odiavo, mi faceva male tutto, mi sentivo proprio fuori luogo.
E al liceo poi non ne parliamo, mi esoneravo e me ne rimanevo a leggere da qualche parte.
Quando andavo con i miei genitori in settimana bianca detenevo il record di cadute ed incapacità a rialzarmi da sola da terra senza rotolare fino a valle investendo uomini, bambini ed animali.
Nuotavo sì. Perché mi ero convinta che fosse l’unica cosa in cui ero capace, e perché dentro l’acqua non ti vede nessuno e non puoi cadere e farti male.
Quando mi sono rotta la gamba in palestra facendo fitboxe ho avuto la conferma della mia proverbiale incapacità, mi sono detta “sei na pippa che ci vuoi fa”.
Quindi quando poi si è aggiunto il divieto medico di saltare e correre l’ho presa come un segno, in fondo meglio un buon libro.
Scuse ottime per non fare niente.
Poi come già vi raccontavo sono uscita a camminare illuminata sulla via di Damasco, ma alla fine a camminare che ci vuole ragazzi dai, lo sappiamo fare tutti, non avevo idea che ci fosse una tecnica o un gesto atletico.
Ci sono arrivata grazie a #thecoach, ma soprattutto ci sono arrivata per step.
Ho raggiunto i miei micro obiettivi un passo dopo l’altro, scalando qualche secondo a giro ogni volta, aumentando i km, le volte in cui uscire, aumentando l’andatura, pensando ogni volta a un pezzo diverso.
Un giorno concentrandomi sulla velocità, e uno sul movimento tacco, pianta, punta, un altro sulle braccia, ecc ecc.
Sono passati 6 mesi, ieri ho aperto il cassetto degli asciugamani e ho visto i miei tre pettorali, sono un cucciolo di fitwalker, una neonata, che ogni giorno si sente un po’ più sicura di sé.
Dentro di me è radicata l’idea della goffaggine, basta guardare come ho camminato andando in montagna, come se dovessi finire in un burrone ad ogni passo, ma ho capito che il gesto ripetuto e ripetuto, e pensato, sentito, amato, corretto, può dare la sicurezza che non si ha.
Credo sia necessario trovare una punta di amore per la vita, un seme da piantare e coltivare, perché nulla può crescere senza un briciolo di passione e cura.
Fare, fare, fare, senza paura di fallire, fare nelle proprie possibilità, che miglioreranno, senza dubbio.
L’abitudine diventa eccellenza, la ripetizione, la costanza, la tenacia e soprattutto il crederci, un passo dopo l’altro, credere che con tutti i nostri enormi limiti, possiamo sentirci bene dentro il nostro corpo, ed essere la miglior versione possibile di noi stessi.
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